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Manifesto di Sociologia per la Persona



2. La nozione di “persona” è una categoria che si è sviluppata all’interno della cultura occidentale nel corso di lunghi secoli e che è giunta fino a noi essenzialmente attraverso la storia della civiltà romana (si pensi in particolare all’elaborazione giuridica) e di quella cristiana. Quale asse portante della cultura umanistica, presente in diverse tradizioni filosofiche fino agli ultimi esiti dell’esperienza ‘personalista’, tale categoria, posta alla base della nostra società, si fonda su una precisa concezione etica dell’uomo. Non a caso, sul piano giuridico, noi occidentali consideriamo l’uomo come persona, ovvero, come un soggetto dotato di ragione e depositario di diritti sacri e inviolabili. Consideriamo l’uomo come un ‘soggetto’ eticamente qualificato e distinto dalla sua mera effettualità biologica; poiché proprio attraverso il riconoscimento della personalità giuridica ogni uomo, nella nostra cultura, può partecipare pienamente della dignità umana ed accedere a quelle garanzie disposte dal diritto che elevano la sua vita a “valore”. La riflessione sociologica, spesso in modo implicito e latente, non è rimasta certo insensibile al problema della costituzione etica della persona. Senza la nozione di ‘soggetto capace’, di soggetto in grado di designare se stesso come responsabile dei propri pensieri e del proprio agire, non potremmo, ad esempio, comprendere a pieno la teoria dell’azione di Weber. Non potremmo comprendere la centralità del
problema della responsabilità nel pensiero di un sociologo che, come sappiamo, ha dedicato gran parte dei suoi studi a tematiche giuridiche. Non potremmo, infine, comprendere che, se non fossimo vincolati all’adempimento dei doveri che ci legano agli altri, non saremmo mai capaci di realizzare liberamente quel grado di identità e di continuità che, insieme, definiscono, sul piano dell’etica e del diritto, la persona nella sua socialità.

Ugualmente significativa appare la costante attenzione dedicata alla persona nella sua
costituzione dinamica e concreta, non riducibile al piano della mera naturalità ma
elevata, al contempo, a valore ‘soprannaturale’, che ritroviamo nella sociologia storia
di Luigi Sturzo, dove, in effetti, si possono cogliere rilevanti spunti per riflettere sul
fatto che la società, come tessuto di relazioni interpersonali, non si pone come mera
realtà naturalistica, ma anche, e soprattutto, come realtà etica, come espressione di
un’eticità capace di trascendere il piano della pura oggettivazione sociale.
Lo sviluppo di una sociologia della persona e l’esigenza di fornire consistenza
e carica innovativa all’intera gamma degli specifici approcci teorici orientati dal
personalismo impongono quindi la messa a tema delle radici storico-sociologiche del
personalismo stesso. Più concretamente s’impone l’esigenza di riprendere e articolare
una tematica potentemente elaborata proprio nell’ambito del pensiero sociologico, ma
sviluppata anche da altre discipline, a partire dal tardo XIX secolo sino ai nostri
giorni: la tematica dell’imputazione della modernità a una serie di fattori, tra cui
risalta la religione biblica e in particolare il cristianesimo.
3. Il soggettivismo moderno sembrava aver determinato un’eclissi del concetto
di persona, sbilanciandone il significato a favore di quello di individuo. Nel corso del
Novecento, però, anche in ragione delle grandi tragedie consumatesi in questo secolo,
si è assistito al ritorno di un nuovo interesse per la nozione di “persona”, sulla base di
una più ampia analisi della vita e della natura umana capace di andare oltre i limiti
dell’individualismo e del razionalismo, ma anche in un contesto in cui l’uomo e
l’umano, il loro rapporto col sociale diventano radicalmente problematici. “In
nessuna epoca storica come in quella attuale l’uomo è risultato così enigmatico a se
stesso”, diceva Max Scheler; in nessuna epoca come l’attuale sembra che l’uomo non
solo non sappia che cosa egli sia, ma, al tempo stesso, sia divenuto consapevole di
non saperlo.
Le sfide con le quali la contemporaneità interroga la sociologia e le ragioni del
suo essere nascono su questo terreno. La radicalità delle domande circa il futuro
dell’essere umano obbliga il pensiero sociologico a un ritorno alle origini, alla
riflessione sulle motivazioni più profonde che lo governano, sul senso più elementare
della sua funzione nell’ambito delle scienze umane e sociali. Proprio per questo le
grandi questioni epistemologiche e metodologiche, che da sempre interrogano e
ridefiniscono l’identità della sociologia, appaiono oggi ancora più cruciali. Il fatto che
non si possa più dare per scontato che progresso della scienza e progresso
dell’umanità coincidano; il rischio che, nonostante l’irreversibilità delle sue
conquiste, una certa declinazione enfatica della modernità produca la sua propria
antitesi; il fatto che si stia delineando una vistosa scissione tra uomo e società, tra
umano e sociale, a tal punto da fornire l’impressione che si escludano a vicenda: tutto
ciò costituisce un po’ la novità e la sfida del tempo presente.
Per molti versi siamo di fronte all’apice del soggettivismo moderno, delle sue
aspirazioni di autonomia e libertà, ma anche alla sua crisi. Da un lato infatti si ha la
sensazione che la libertà dell’individuo si estenda ormai anche in quegli ambiti, si
pensi alla procreazione umana e alle bioetecnologie in generale, dove non ci saremmo
mai sognati di arrivare; dall’altro, gli spazi sociali della libertà individuale sembrano
restringersi, a fronte di sistemi sociali sempre più autoreferenziali, sempre più
separati da ciò che è “umano”. Per non dire poi dei processi di individualizzazione e
di differenziazione; due processi tipici della modernità, i quali, avviatisi insieme
contro la tradizionale società dei ceti e dei legami ascritti, si ritrovano oggi sempre
più estranei e addirittura ostili. “L’uomo non è più il metro di misura della società”,
dice Niklas Luhmann. Dove c’è il “sociale” pare che non ci sia più posto per
l’”umano”; davvero quindi corriamo il rischio di produrre ciò che C. Lewis ha
chiamato l’ “abolizione dell’uomo”.
Con un linguaggio più sobrio, potremmo dire che siamo di fronte a una sorta di
“eterogenesi dei fini” del soggetto moderno. Questi, come è noto, nasce all’insegna di
una precisa volontà di emanciparsi da ogni legame sociale; la sua libertà e la sua
autonomia mal si conciliano con qualsiasi forma di condizionamento. Ebbene è un
po’ come se questo soggetto stesse oggi coronando il suo sogno, diventando
finalmente ciò che sarebbe voluto essere. Ma a caro prezzo. Infatti, per diventare se
stesso, per emanciparsi dai suoi legami socio-culturali (e anche naturali), è dovuto
uscire dalla società; è diventato a sua volta autoreferenziale, ma sempre più incapace
di incidere concretamente sulle condizioni sociali della sua esistenza.
4. In tale contesto è molto alto il rischio che la sociologia perda addirittura il
suo proprio oggetto, la societas, appunto. Di certo essa vede indebolirsi alcuni suoi
concetti essenziali, ad esempio quello di socializzazione; ne fanno fede la crescente
problematicità che affligge gli odierni processi educativi, la difficoltà che abbiamo a
interiorizzare norme e valori condivisi, nonché la conseguente erosione della
dimensione pubblica della vita sociale. Come puntualmente ha sottolineato C. Taylor,
“in un mondo di affiliazioni e rapporti mutevoli, aumentano rapidamente perdita di
sostanza, tenuità di legami e vacuità delle cose che usiamo. E le conseguenze
pubbliche sono anche più dirette. Una società di persone tese all’autorealizzazione e
le cui affiliazioni vengono considerate sempre più revocabili non può sostenere
quell’identificazione forte con la comunità politica che la libertà pubblica richiede”.
Va anche detto, al riguardo, che ogni tendenza di un’epoca suscita anche le
forze che le si oppongono. Ne è prova, tra l’altro, il lavoro condotto in questi anni dal
gruppo SPE. Nel più rigoroso rispetto dell’autonomia e degli interessi specifici di
ciascuno, le ricerche teoriche e quelle empiriche realizzate nell’ambito del gruppo
testimoniano senz’altro una comune volontà di non assecondare certe spinte
disgregatrici della cultura contemporanea, vuoi in senso individualistico, vuoi in
senso sistemico –due prospettive solo apparentemente antitetiche, dietro le quali si
nascondono invece due facce di una medesima crisi. Attraverso la persona e le
concrete relazioni in cui la persona si dispiega, pensiamo invece che la sociologia
possa recuperare il proprio oggetto, il “sociale”, e, con esso, sia il senso della realtà
sia la sua più autentica dimensione critica.
5. Una qualsivoglia teoria sociologica della persona – o, quantomeno, un
qualsivoglia orientamento teorico in sociologia che identifichi la propria fonte di
ispirazione nel personalismo – non può non riconoscere un framework
epistemologico qualificato dalla concretezza storica e relazionale dell’azione e
dell’esperienza umana, nonché dalla correlata centralità dell’elemento assiologico (si
consideri che per Robert Spaemann la persona è primo di tutto un nomen dignitatis).
Questo elemento assiologico afferisce alle dimensioni umane del senso e della libertà,
più specificamente ai valori della significatività e della soggettività, intesi come
indicatori di autenticità e di pienezza esistenziale. Riteniamo che i suddetti requisiti
epistemologici idonei a costituire il minimo comune denominatore per l’intera
gamma delle possibili teorie o approcci di sociologia della persona, trovino la loro
giustificazione sia nella coerenza con i presupposti filosofici del personalismo sia
nella perfetta sintonia con il nucleo del discorso teorico animato dalle correnti
principali della sociologia, soprattutto a decorrere dal tardo Ottocento sino a tutt’oggi.
Nucleo teorico che è per l’appunto identificabile, sulla scorta dei processi di
razionalizzazione, nella messa a fuoco della connessione tra problema del senso e
problema della libertà. Alla luce del riconoscimento del detto nucleo teorico la
sociologia della persona viene a collocarsi legittimamente all’epicentro del secolare
dibattito del pensiero sociologico.
In tale quadro epistemologico, la sociologia non ha bisogno di prender partito
per un’autocomprensione descrittiva o normativa. Se è vero che nel proprio oggetto,
ossia il “sociale” e le sue relazioni, vive anche l’”umano”, allora essa si pone in un
certo senso al di là del dilemma; riconosce che, ovunque è in gioco l’umano, il
descrittivo e il normativo si compenetrano; tende dunque, da un lato, a trarre la sua
forza descrittiva anche dalla capacità di tenere aperto il discorso sull’umano che c’è
in ogni relazione sociale e, dall’altro, a trarre la sua credibilità normativa
dall’adeguatezza con la quale riflette la realtà sociale. La costruzione di una teoria
sociologica della persona diventa quindi rilevante anche per garantire, sulla base di
un’attenta considerazione della qualità del “sociale” e, per annesso, dell’identità della
sociologia, quell’orizzonte più ampio, significativo e fecondo, che sancisca il
superamento delle concezioni ipersocializzate e iperindividualizzate prodotte dalla
modernità.
Con le parole di Vincenzo Cesareo: “La persona intesa come individuo nella
sua unicità, nella sua concretezza, nella sua relazionalità e nel suo divenire, può
diventare la cellula complessa dalla quale far nascere, forse, una nuova Sociologia, in
grado di superare le sue tendenze ‘tradizionali’: il rigido determinismo strutturalista
che non riconosce spazio alla libertà personale, in quanto l’essere umano è ridotto a
una marionetta (l’uomo ultrasocializzato dello struttural-funzionalismo e dello
strutturalismo) e l’individualismo metodologico radicale che, al contrario, sottovaluta
o addirittura ignora l’incidenza del condizionamento sociale e trascura il ruolo delle
strutture sociali, per cui l’essere umano si riduce a un’astrazione, sottratto alla sua
concretezza storica”.
Del resto, proprio in quest’ottica, è venuta affermandosi la convinzione
secondo la quale l’intera impresa scientifica è costitutivamente storica, sociale e,
soprattutto, autoriflessiva. Non nel senso cartesiano di una soggettività perfettamente
trasparente a se stessa, bensì nel senso inteso da Locke, secondo il quale il termine
persona sta a indicare un essere intelligente e pensante che possiede ragione e
riflessione e che può considerare se stesso in diversi tempi e luoghi. In questo senso
la persona è quel processo concreto di riflessione che si dà –ma non si risolve- nei
percorsi narrativi e linguistici entro i quali l’essere umano si racconta, in confronto
costante con i cosiddetti “naturali”. Ne segue: a) che le scienze, dal punto di vista
della riflessività intrinseca alla persona, non possono essere ricondotte ad una logica e
a un linguaggio invarianti; b) che una teoria, così come i risultati di qualsivoglia
ricerca empirica possono avanzare pretese di universalità e verità solo da un punto di
vista intrateorico –nella cui ottica una tesi o una raccolta di dati empirici è valutabile
solo in base ai suoi propri principi- e non già da quello metateorico; c) che, nel
quadro di una sociologia per la persona, i linguaggi delle scienze naturali e sociali
sono irrinunciabilmente metaforici e informalizzabili, e che la logica della scienza è
interpretazione circolare, reinterpretazione, autocorrezione dei dati in base alle teorie
e delle teorie in base ai dati.
6. La controversa complessità dell’epoca contemporanea, così ricca di nuove
possibilità per la sociologia, pone alla sociologia stessa una questione
“antropologica”, una questione che le stesse sfide della bioetica ci obbligano a
riconoscere come cruciale. Quale relazione si stabilisce tra identità personale e
identità sociale? In che senso si dà una natura umana? In che relazione si pongono,
nell’uomo, natura e cultura? Tutti interrogativi oggi ineludibili.
L’identità umana, l’identità di una persona, è per un verso qualcosa di
naturale, un organismo, un corpo, ma per un altro verso tale naturalità contiene
soltanto un’anticipazione del nostro cammino di ricerca dell’identità, il quale dipende
a sua volta da innumerevoli altri fattori, quali la famiglia, l’ambiente, le altre persone,
la nostra libertà. Secondo Robert Spaemann, per esempio, la persona, in quanto
“nomen dignitatis”, è precisamente questo cammino, la totalità di una biografia, la cui
identità di base, per parte sua, è consolidata biologicamente. Perciò ogni agire sociale
possiede una qualità personale emergente che occorre cogliere, decifrare, valutare
dinamicamente. Il paradosso dell’essere persona consiste anche nel non possedere in
senso proprio un’identità, ma nel qualificarsi per una “conversazione interiore”, per la
capacità di autodistanziamento, di autorelativizzazione, diciamo pure, di
trascendenza, che è anche ciò che consente l’incontro con gli altri, il rispetto della
loro e della nostra libertà. Contrariamente a quanto ritiene una parte considerevole del
pensiero moderno e contemporaneo, la persona recita sì volta a volta un ruolo, ma
non è mai soltanto il ruolo che volta a volta recita; pensa e ha coscienza, senza essere
semplicemente pensiero e coscienza. Siamo insomma di fronte a una sostanziale
eccentricità. Il nostro “io” dipende certo dalla “natura”, se così si può dire, ossia
dall’equipaggiamento genetico col quale siamo venuti al mondo, ma anche dagli altri,
dalla famiglia e dalla città nelle quali siamo nati, dall’educazione che abbiamo avuto,
dalle persone che abbiamo incontrato, nonché dalla nostra intelligenza e dalla nostra
volontà. Pertanto gli esseri umani non sono semplicemente la loro “natura”; sono
persone proprio perché, ancor più che “essere” la loro natura, si costruiscono e
“hanno” la loro natura. È per questa ragione che sono persone anche coloro che, in
certe situazioni, non posseggono le caratteristiche tipiche della “persona”
-autocoscienza, memoria, etc. (per esempio i bambini piccoli, i malati con gravi
deficit mentali etc.).
7. In quanto persona, l’uomo non è dunque come gli altri animali; egli riflette
su ciò che fa, ha coscienza di ciò che fa, ha la capacità di dire “io”, di essere
qualcuno e non qualcosa, immerso in un mondo dove ci sono altri uomini; si
configura insomma come un mix di natura e cultura. E poiché nessuno di questi
termini si dà in forma “pura”, un’antropologia che voglia essere davvero adeguata
alla realtà dovrebbe interpretarli in modo relazionale, evitando sia la Scilla della netta
separazione tra natura e cultura, sia la Cariddi della riduzione di un termine all’altro.
Ne va in ultimo della salvaguardia del nostro “essere persone”. Ma è esattamente
questa conciliazione relazionale di natura e cultura che oggi sembra assai difficile da
operare. Da un lato, infatti, un certo culturalismo esasperato sta letteralmente
dissolvendo la natura in cultura, facendo della natura il semplice risultato dei diversi
modi di guardarla. La natura è una “categoria sociale” diceva il filosofo marxista
Gyorgy Lukacs; più che i naturali bisogni dell’uomo conta il modo con cui egli li
interpreta e li soddisfa. Dall’altro lato, soprattutto nell’ ambito delle cosiddette
scienze naturali, stiamo assistendo a una sorta di radicale riconduzione ad unum,
secondo un modello di tipo evoluzionistico, il quale tanto più si avvicina alle cose
(dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dall’origine dell’universo al
mistero della nascita della vita) e tanto più tende a risolvere tutto in una stessa natura,
sottoposta alle medesime leggi. Si pensi al radicalismo di certe posizioni per le quali
uomo e società non sarebbero altro che l’esito dell’evoluzione di antiche comunità
batteriche. Un po’ come nelle antiche civiltà arcaiche, tutto sembra insomma fondersi
di nuovo con tutto: le stelle, gli alberi, gli animali e -perché no?- anche l’uomo e il
suo mondo socio-culturale. Noi del gruppo SPE riteniamo invece che si debbano
ripristinare nella loro specificità e, al tempo stesso, riconciliare quelli che
costituiscono, pressoché da sempre, i presupposti stessi di ogni epistemologia sociale:
la natura e la ragione, la libertà e la storia. Non si può scindere la libertà dalle sue
condizioni naturali o storico-sociali; allo stesso modo non si può immaginare un
approccio alla natura che non trovi nella ragione, nella libertà, nella storia
(concretamente unite, ma anche irriducibili l’una all’altra e quindi analiticamente
separabili) il tramite, attraverso il quale la natura stessa, diciamo così, ci si schiude. E
tutto ciò, questa almeno è la convinzione di SPE, può essere facilitato proprio da una
riflessione che prenda sul serio il concetto di persona, il vero snodo nel quale
convergono i suddetti presupposti, consentendo anche di esplicitare che cosa debba
intendersi per “sociale”.
8. Una peculiarità propria del sociale è la sua intrinseca relazionalità,
caratteristica propria anche della persona. La relazione può essere definita come la
“molecola del sociale”, ciò in cui consiste la sua qualità più caratterizzante. Tuttavia
non è automatico che una teoria sociale fondata sulla relazione faccia emergere
necessariamente l’elemento umano e personale. Basti pensare alla teoria sistemica di
Niklas Luhmann, all’interno della quale si direbbe che i termini relati non abbiano di
per sé alcuna consistenza; ciò che conta è soltanto l’instaurarsi della relazione,
ridotta non a caso a pura comunicazione. Ma può una sociologia relazionale
rinunciare a porre la questione circa il grado di “umanità” di una determinata
relazione sociale? E quando una relazione sociale è realmente umana?
Ha senso porre tali questioni solo a condizione di porsi in una prospettiva,
diciamo così, sovra-funzionale. Del resto nessuna forma sociale potrebbe dirsi
veramente “umana”, se le relazioni sociali che la costituiscono fossero “pura
comunicazione”, cioè funzionali esclusivamente all’autoconservazione del sistema
sociale. Ogni relazione sociale, in quanto relazione tra persone, non è mai una
relazione meramente funzionale. Proprio perché è la persona che vi si esprime, ogni
relazione sociale, anche quelle più strumentali, attualizzano sempre un significato che
va oltre la mera strumentalità, essendo appunto “umano”.
Questo senso sovrafunzionale che contraddistingue le relazioni sociali ci
riconduce alla questione del significato di “persona”, che né il funzionalismo, né il
relativismo, né l’immanentismo contemporanei sono riusciti ad esaurire nei loro
contributi teorici. E siccome una società nella quale davvero prendessero il
sopravvento certe prospettive funzional-relativiste sarebbe destinata, specialmente
oggi, visto il potere tecnico di cui si dispone, a produrre situazioni disumane, se non
addirittura “post-umane”, noi di SPE riteniamo che proprio su questo fronte, sul
fronte che interessa di vicino i diritti umani, si debba avviare un nuovo e più serrato
dibattito.
9. Siamo ovviamente consapevoli del fatto che certe nozioni con le quali
l’antropologia filosofica ha cercato di esplicitare l’ontologia dell’umano -apertura al
mondo, trascendenza, eccedenza o posizione eccentrica (cioè non-centrica, come
invece avviene nel caso dell’animale)- non sempre riescono nel loro intento, così che
la specificità dell’uomo sembra destinata a rimanere in larga misura imperscrutabile,
oscura. Questo in fondo è anche il motivo per cui alcune importanti tradizioni
sociologiche hanno considerato la persona umana come costitutivamente inesauribile,
“indeterminata” per sua essenza e perciò inadatta a costituire la base epistemologica
di una teoria sociale. Eppure un’indagine sull’uomo e sulla società, che davvero si
prefigga di approfondire con la giusta radicalità la questione dei diritti umani, sarà
chiamata necessariamente ad abbandonare questa indeterminatezza, constatando allo
stesso tempo i fallimenti prodotti dal pervasivo funzionalismo. Infatti la questione dei
diritti umani, tanto decisiva per la vocazione stessa del sapere sociologico, obbliga
anzitutto lo studioso a definirne i presupposti in maniera chiara e distinta. Egli non
potrà trascurare quanto le dimensioni del gioco, del sacro, del comico, del riso e del
pianto, insieme a molte altre, attestino l’irriducibilità dell’umano alla pura sfera del
funzionale e dell’utile. La vita sociale dell’uomo si sottrarrebbe del tutto alla
comprensione, se venissero scientemente ignorate anche ulteriori dimensioni quali
quella del dono e della gratuità, della solidarietà e della responsabilità per gli altri. Si
tratta di dimensioni coessenziali all’essere “animale sociale”, non nel loro carattere
bio-funzionale, ma in quello di “finalità in se stesse”. Ad esse attori sociali e culture
dedicano quantità di energie, sforzi e risorse materiali, sproporzionate ed insensate da
un punto di vista puramente biologico. E qui il pensiero non può che correre alle
“feste” che scandiscono la vita di ogni società.
In ultima analisi, solo nozioni come apertura al mondo, eccedenza,
trascendenza o eccentricità della persona aiutano a rendere esplicabile la vita
sociale nella sua interezza.
10. Conformemente a quanto scritto nel primo documento programmatico del
gruppo SPE, le presenti considerazioni rispondono al desiderio di far sì che “la
sociologia, crescendo come disciplina scientifica, possa anche servire meglio l’essere
umano”. Qui l’analisi teorica incrocia inevitabilmente la ricerca empirica, dalla quale
il sociologo trae continuo alimento anche per la ricerca teorica. A questo proposito il
secondo documento programmatico del gruppo SPE, individuava come rilevanti due
generi di questioni: “da un lato l’aderenza delle varie tecniche di osservazione agli
orientamenti deontologici riconosciuti dal nostro gruppo, e questo in particolare in
riferimento al rapporto osservatore-osservato, e dall’altro il suggerimento a
combinare tra loro tecniche di osservazione diverse per cogliere nelle loro svariate
sfaccettature i multiformi aspetti delle persone che abbiamo di fronte”.
Quale che sia l’oggetto della sociologia, se l’agire comunicativo, i sistemi
sociali o, più semplicemente, le relazioni sociali, quale che sia la sua funzione, se
critico-normativa o descrittiva, noi riteniamo che la validità di una teoria sociologica
dipenda soprattutto dal modo in cui viene articolato il fondamentale rapporto
osservatore-osservato. Essendo inoltre l’oggetto osservato, il sociale, qualcosa da cui
solo analiticamente possiamo astrarre l’umano che lo costituisce, potremmo dire che
la validità dell’osservazione sociologica dipende non da ultimo anche dal modo in cui
essa articola il rapporto con il “soggetto”, la persona o le persone, del proprio oggetto
osservato, appunto il “sociale”.
Quanto alle diverse tecniche di osservazione della realtà sociale, proprio in
conformità allo spirito di una sociologia della persona, ci sembra opportuno
incoraggiare l’uso di tecniche diverse, nella convinzione che diverse sono le
caratteristiche del sociale-umano che volta a volta si vorrebbero conoscere. Ognuno
cerca in fondo di vedere nella realtà che studia le cose che più gli interessano. Kant
diceva che la realtà risponde a seconda del modo in cui viene interrogata. Con una
delle sue tante battute fulminanti, Niklas Luhmann sottolineava come “nessuno veda
ciò che non può vedere”. A noi sembra che questa pluralità di tecniche
d’osservazione serva anche per rimanere fedeli a qualcosa che è tipico di ogni realtà
umana e sociale: l’imprevedibilità.
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